Afghanistan ultima puntata

Si conclude con questa 4^ puntata l’analisi sulla situazione Afghana presentata dal Generale di Brigata Simone Baschiera, oggi in quiescenza, autore di divesi testi a carattere geopolitico. Quale ufficiale  Incursore dei Paracadutisti ha avuto modo di assolvere vari incarichi operativi e di comando dal Libano, alla Somalia, dalla Bosnia all’Albania.

di Simone Baschiera

Generale siamo arrivati all’ultima puntata della sua analisi sulla situazione afghana, cosa ha d’aggiungere a quanto già detto? ” Il perché e come l’Italia è andata in Afghanistan ed ha inseguito i talebani tra i monti pietrosi di Bala Burghab e le valli d’oppio di Bakwa per vent’anni, è scritto tra le righe degli OPORD ( Ordine Operativo ) del Pentagono.

Stranamente, sin dall’inizio, il Comando americano impiantò la missione “Afghanistan” in maniera duale: una era quella di dare la caccia ad Osama Bin Laden, poiché l’attacco alle Twin Towers doveva essere immediatamente vendicato, con unità e Comando esclusivamente statunitensi; l’altra missione, sotto l’egida della Nazioni Unite, avrebbe dovuto operare nell’area della capitale Kabul, con funzioni di Polizia e Sicurezza della popolazione.

Alla prima operazione, denominata Enduring Freedom , partecipò anche la nostra Marina Militare con la portaerei “Giuseppe Garibaldi”, dalla quale si levarono in volo i nostri AV-8B con il compito di illuminare i bersagli che i velivoli dei Marines avrebbero colpito sul suolo afghano. La seconda missione multinazionale, denominata ISAF ( International Security Assistance Force), si assunse il compito di iniziare alla democrazia le tradizionali costumanze islamiche afghane.

Con il tempo ed in un certo qual senso costrette dalla crescente opposizione armata dei talebani, in maggioranza di etnia Pashtun, rifugiati e riarmati nelle provincie di frontiera pakistane, le due missioni si confusero. Dal punto di vista operativo divennero un “patchwork”.

Il contingente italiano, come quelli degli Alleati NATO, fu coinvolto in questa inusitata condotta di operazioni che si confondevano tra loro: caccia al terrorista per eccellenza Osama Bin Laden, controguerriglia anti talebana, organizzazione delle unità nazionali afghane di Polizia e dell’Esercito e, lateralmente, l’avvio dell’assistenza umanitaria alle donne e ai bambini. Dettero inizio inoltre ad un percorso scolastico per ragazzi e ragazze, assolutamente nuovo per la preesistente rudimentale organizzazione didattica statale afghana.

Nelle operazioni militari dal 2003 al 2004, le unità italiane furono impiegate nel contrasto dei talebani nel Panjshir, lungo i confini orientali afghani; Alpini Paracadutisti e Folgore, presidiarono il territorio afghano lungo la storica Linea Durand che separa l’Afghanistan dal Pakistan.

Da notare che in contemporanea il Comando Operativo di Vertice (COI) a Roma, aveva da gestire quattro spedizioni all’estero: quella in Afghanistan, “l’Operazione Antica Babilonia” a Nassiriya, in Iraq e quelle ormai storiche in Libano (1982) e nei Balcani (1986).

Nel territorio afghano dal 2008 al 2010, corrispose una correlazione tra lo sviluppo delle azioni offensive talebane e l’estensione dei compiti e degli spazi geografici da controllare nelle attività di counterinsurgensy e bation building .

La complessità delle operazioni afghane, ora militari e civili contemporaneamente, obbligò i principali Stati che partecipavano con i loro
contingenti a questo Grande Gioco, a dividersi la responsabilità del territorio: i tedeschi assunsero il controllo del Panjshir, gli inglesi e i canadesi dell’Helmand; gli italiani il territorio confinante ad Ovest con l’Iran e a Nord con il Turkmenistan, con epicentro Herat.

Si noti che tra gli stati europei partecipanti all’Alleanza ISAF, l’Italia e la Germania furono quelli che avevano riconosciuto il Governo dello Stato afghano già nel 1921, dando inizio ad una serie di amichevoli rapporti diplomatici e politici che sarebbero dovuti sfociare in qualche sorta di proficui scambi commerciali. L’iniziativa si conchiuse definitivamente alla fine della II GM. In realtà, nel periodo dal 1921 al 1945, era sempre presente in Afghanistan la Gran Bretagna, con una rete di spie e agitatori che lavoravano tra le quinte per estendere
l’influenza dell’Impero Britannico dall’India sino alle frontiere turcomanne.

Dal 2007 al 2010 l’Italia schierò dei reparti anche a Kabul, continuando però nelle operazioni di counterinsurgensy, soprattutto nelle provincie di Badghis e Farah. Gli aspri scontri impegnarono sanguinosamente le nostre unità e tra quei soldati rifulse la prima medaglia d’oro al valor militare attribuita in tempo di pace dalla nostre Forze Armate a un vivente in servizio attivo, il Caporal Maggiore Scelto,
Alpino Paracadutista Andrea Adorno.

Sino al 2009 la presenza militare italiana in Afghanistan si era mantenuta numericamente stabile intorno a mille unità, anno in cui il contingente lievitò a 3.200 uomini, prima di superare la soglia dei 4.000 nel triennio 2010-2012. Nello stesso triennio gli Stati Uniti arrivarono a schierare fino a 100.000 unità di “personale combattente” per sconfiggere l’insurrezione talebana, assistere le forze
di sicurezza a Kabul e stabilizzare il Paese nell’ambito della counterinsurgensy.

Nel 2015 si chiudeva l’Operazione ISAF e iniziava la missione “Resolute Support” di assistenza e formazione delle Forze di Sicurezza afghane. Da quel momento l’Italia ridusse il suo contingente a circa 900 unità, con compiti ormai stazionari nella base di Camp Arena, area di Herat.

Riflettendo sui nostri 54 caduti nei vent’anni afghani sulla ragione della nostra partecipazione alle operazioni anti terrorismo e nation building in un area così lontana dal nostro territorio e nostri reali interessi strategici, l’unica motivazione è stata quella di aderire e partecipare alla lotta caccia vendicativa di Osama Bin Laden, messa in atto in Afghanistan dall’alleato di sempre americano.

Dopo l’eliminazione di questo, l’Italia non avrebbe avuto alcuna ragione, né politica, né economica, né strategica per restare in Afghanistan, sino a quando nel giugno 2021 la bandiera italiana veniva ammainata, proprio a Camp Arena, dal Ministro della Difesa, Lorenzo Guerini e dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli.

Nei vent’anni in Afghanistan, si sono avvicendati 50.000 militari italiani, con un costo finanziario di 8,8 miliardi di euro, ma soprattutto dove sono state sacrificati 54 dei nostri giovani.

A circa due mesi dal ritiro americano da Kabul, cosa dobbiamo aspettarci dal tanto annunziato G20 per le sorti dell’Afghanistan, con gli afghani a casa loro, e per noi, a calmare ansie e timori per eventuali azioni terroristiche.

Il nostro volenterosissimo Premier si attende un incondizionato aiuto dal consesso di Stati del G20 per evitare una catastrofe finanziaria, con conseguenze umanitarie drammatiche per i residenti in Afghanistan, e per decine di migliaia di profughi in fuga dal “paradiso islamico talebano”.

Draghi spera una comune e capace azione antiterrorista dei Paesi G20, europei, asiatici, russi, pakistani e cinesi, ma soprattutto dagli arabi della Penisola Arabica, il tutto finanziato da ONU, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale.

A frenare molte di queste aspettative ci pensa subito Erdogan, il quale, benché onusto di miliardi di euro (tedeschi) per l’ospitalità concessa ai rifugiati siriani, innalza muri di stile israeliano a bloccare sul confine turco-iraniano i fuggitivi afghani.

Sono rimaste però le prudenti misure asiatico-russe petrolifere e gassose a Nord di Mazar-e Sarif. Si chiudono le aspettative di qualsiasi intervento per la collaudata indecisione operativa dell’Unione Europea, che lascia alla Cina tutte le possibilità di rastrellare le “terre rare” afghane al litio e silicio per le batterie della sua industria automobilistica elettrica.

Dal probabile “bla,bla,bla” del G20 rimarrà ai talebani il loro coinvolgimento storico nelle faide tra sunniti e sciiti, organizzate e condotte dall’ISIS, attivo e imperante dai confini pakistani a Kabul.

In un Afghanistan, con milioni di denutriti, con i magazzini vuoti in attesa del gelo e neve invernale, senza denaro per la chiusura dei fondi internazionali, le classi di affamati sopravvivono con le razioni del Word Food Program, in attesa dei miliardi di dollari dei paesi donatori.

Solo le donne afghane sembrano vive ed attive. Sono loro a dimostrare ancora oggi, nelle strade di fronte ai talebani, contro la chiusura delle scuole e università al mondo femminile; solo loro sono rimaste a lottare per dare un futuro possibile ai loro figli.

Con queste ultime riflessioni, termina qui il racconto sulla vicenda afghana.